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3. Annunciare la Parola – 22 novembre 2020


22 novembre

34ª DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Gesù Cristo re dell’universo

Ritornerà nella sua gloria

PER RIFLETTERE E MEDITARE

Con questa domenica finisce l’anno liturgico. Un anno trascorso scorrendo il Vangelo di Matteo. Ogni anno liturgico rappresenta sempre una straordinaria opportunità per ciascuno di noi e per ogni comunità. È il progetto di vita evangelica che la Chiesa propone a tutti i cristiani.
È passato un anno, segnato per ognuno di noi da tanti avvenimenti che ci hanno coinvolti più o meno positivamente. Ma sarebbe bello se li avessimo vissuti sull’onda di quanto ci veniva proposto di domenica in domenica dalla liturgia. Soprattutto se li avessimo vissuti guardando a Gesù, nostro re e salvatore.

La regalità di Cristo

La solennità che celebriamo è abbastanza recente. Fu istituita nell’Anno Santo 1925 da papa Pio XI. Mentre l’Italia e l’Europa si trovavano sotto il giogo di dure dittature, papa Achille Ratti sottolineava, più o meno esplicitamente, che i regni di questo mondo restano tutti ridimensionati di fronte alla regalità di Cristo. Lo spirito del tempo era quello, e la Chiesa rispondeva così al bisogno di dignità e di libertà che veniva dall’Europa e dal mondo.
Le grandi basiliche romane e bizantine dei primi secoli della Chiesa ci presentano dei bellissimi e grandiosi mosaici del Cristo pantocratore. Anche oggi quando pensiamo a Dio lo immaginiamo nella sua regalità e grandezza. I pittori lo rappresentato glorioso, su un trono di nuvole, circondato da angeli e santi.
In realtà Gesù non volle farsi re. «I re della terra comandano i loro popoli, ma io sono in mezzo a voi come colui che serve» (Lc 22,27). «Se qualcuno vuol essere il primo si faccia l’ultimo…» (Mc 9,35).

Quale regalità

La regalità di Gesù va letta alla luce del Vangelo, quando Gesù per la prima volta ammette di essere re. Perché non lo afferma nel fulgore della sua trasfigurazione o quando vogliono proclamarlo re per lo stupore di un miracolo, e nemmeno nel pieno della sua predicazione, quando la gente dimentica di mangiare per ascoltarlo. Dice di essere re mentre è in catene davanti a Pilato. È lì che per la prima volta Gesù ammette: «Tu lo dici, io sono re».
«Io sono re», dice Gesù, ma tutta la scena della passione di Cristo sarà una parodia di questa regalità. Come potremmo dimenticare? Una corona di spine, il mantello purpureo, i soldati che s’inginocchiano davanti a lui e lo deridono: «Salve, re dei Giudei!». E infine la scritta sulla croce: «Gesù Nazareno Re dei Giudei».
Gesù non nega la sua regalità nemmeno nel momento supremo e accetta la preghiera di uno dei malfattori, quello che, messo in croce come lui, ha uno squarcio di fede e gli dice: «Gesù, ricordati di me, quando sarai nel tuo regno!» (Lc 23,42).
Il Vangelo parla quindi esplicitamente della regalità di Cristo, ma, come afferma Lutero, sub contrario: è una regalità capovolta rispetto ai criteri del mondo. E noi che in quanto cristiani siamo sacerdoti, profeti e re come Gesù, siamo chiamati a imitarlo in questa regalità. Gesù è un re che ha avuto fame e sete, che si è fatto straniero e rifiutato, che ha assunto la condizione di servo e si è umiliato, facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce (Fil 2,6ss).

Gesù giudice

Matteo 25 presenta Gesù glorioso nell’atto supremo e conclusivo del giudizio finale. Di questo giudizio si precisa bene chi è il giudice e qual è la materia dell’esame finale. Il giudice è Gesù stesso, il Figlio dell’uomo, colui che è stato tradito, abbandonato, deriso, messo a morte, annientato. Ora abbiamo un rovesciamento di posizioni: tocca a colui che è stato rifiutato e respinto stabilire chi è dalla parte di Dio e chi no.
Il giudizio è fondato sul comandamento nuovo dell’amore. Gesù s’immedesima con i piccoli delle beatitudini: «Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere…». «Gesù stabilisce un legame così stretto tra sé e gli uomini da arrivare fino a identificarsi con loro: l’avete fatto a me. Nella memoria di Dio in quel momento non ci sarà spazio per i nostri peccati, ma solo per i gesti di bontà» (Ermes Ronchi).
Incontriamo dunque Gesù nel nostro fratello, lo incontriamo ogni giorno sulla nostra strada, nella nostra famiglia. Gesù indossa i panni feriali di chi vive accanto a noi ed è umile e infelice. Solo così l’incontro con Gesù nel giudizio sarà un abbraccio desiderato.

UN FATTO – UNA TESTIMONIANZA

La mamma di un sacerdote al figlio che è andato a trovarla: «Luigi, credo di aver messo in pratica tante opere di misericordia nella mia vita. Ma non ho mai visitato i carcerati e non vorrei sentirmi rimproverata per questo, quando incontrerò Gesù nel giorno del Giudizio. Tu conosci don Cesare, il cappellano delle carceri: digli che mi faccia visitare un carcerato!». Don Luigi sorride e ne parla con don Cesare. Viene fissata la data del colloquio e la mamma si prepara. Mette dentro una cesta le calze che ha fatto lei stessa a maglia e un po’ di dolcetti preparati con le sue mani, e parte soddisfatta. Adesso si sente tranquilla.